Relazioni sulle Passeggiate al Contrafforte di Livergnano - 2015


Domenica 19 Luglio

LE SORGENTI DEL CONTRAFFORTE

Loris Arbati

 

Partenza anticipata alle ore 8.30 a causa delle alte temperature che da una settimana stanno tormentando il nostro Paese. Siamo in 31 con età che va’ dai 13 agli 80 anni ed abbiamo davanti a noi un percorso abbastanza selvaggio, anche se tracciato nella sua gran parte, per godersi l’ombra e il “fresco” lungo il corso delle sorgenti del Contrafforte.

Un itinerario che, se non avessi avuto l’aiuto degli amici Remo, Marco, Jacopo e Franca, non sarebbe stato possibile percorrere causa l’impenetrabilità di lunghi tratti provocata dal crollo invernale di decine e decine di piante adulte completamente avvolte da vitalbe, rovi ed edere. Per pulire questo “groviglio” sono occorse parecchie ore di lavoro ma credo ne sia valsa la pena.

Avrei anche potuto cambiare itinerario ma avremmo perso la possibilità (al momento ancora possibile) di goderci alcune realtà che rischiano di scomparire completamente.

 

Abbiamo imboccato la via di Bortignano, transitando prima sul valico di Boccafredda, proseguendo  poi davanti al podere Antaneto e, dopo qualche centinaio di metri, dove un tempo esisteva il podere Casina, girato a sinistra per la via Serrasecca. Percorsi ancora 300 mt ca., abbiamo abbandonato la strada infilandoci nel bosco sulla sinitra lungo una vecchia cavedagna, usata un tempo sia per raggiungere i poderi sulla Statale: Casa di Chiletto e Piccola Siberia, che per attingere l’acqua al Rio Faieto oltre che dai boscaioli.

Mentre ci avvicinavamo alle sorgenti la temperatura diveniva più gradevole ed abbiamo notato con piacere che le 2 sorgenti (rio Faieto e pozze di Monte Cuculo) sgorgano ancora con intensità (fino a 20 anni fa il rio Faieto era anche ricco di pesci). Unica stranezza che riscontriamo è lo scarso lavorio dei Cinghiali, probabilmente si sono spostati verso valle del Rio Faieto a causa del clima troppo caldo. Anche in questa zona lungo le sponde del rio si verifica una condizione simile a tutte le aree dove scorrono ruscelli attivi tutto l’anno creando così una costante umidità neccessaria a tutte le varietà di funghi (ipogei: tartufi - epigei: funghi): durante l’autunno, vicino al corso si ha una discreta produzione di tartufo bianco (terreni basici), mentre lungo le sponde più alte c’è produzione di funghi porcini, galletti e russole (terreni acidi).

 

Questa cavedagna ci porta poi alle rovine del podere Monte Cuculo dove, due attente signore dotate di buon olfatto, mi fanno notare un’intenso odore di Menta e Melissa che nell’ombra nascono rigogliose poi, girando a sinistra, riprendiamo la via Serrasecca tra un tripudio di colori grazie alle piante da pieno sole: Achillea, Iperico, Verbena e Agrimonia. Ci lasciamo alle spalle il podere Monte (l’unico abitato lungo tutta la strada) e l’ormai crollato podere Bell’aria, percorriamo la via fino alle rovine del podere Corte (dove circa 2 mesi fa ho visto 3 lupi), sito in felice posizione dove, da ragazzi, si veniva a pescare nel laghetto sottostante, formatosi da una sorgente che, ancor oggi attiva, si getta nel rio Faieto. Lasciamo la via Serrasecca che corre fino al podere Torriano e finisce immettendosi sulla via Zena a Fondo Rio.

Ci inoltriamo sulla destra lungo una cavedagna (un tempo molto bella, selvaggia e piena di vita) oggi ormai inaccessibile a causa del taglio del bosco effettuato a fine 2013, che dire maldestro gli si fa un complimento. Questa percorso transitava completamente all’interno di un (ex) vecchio bosco ceduo che (era) ricco di Roverelle, Carpini neri e bianchi, Castagni, Noccioli, Olmi, Ciliegi selvatici, Aceri, Frassini, Ontani, Sambuchi, Pungitopi, Maggiociondoli, Ligustri, Viburni, Sanguinelli, Cornioli, Rose canine e rugose e tanto Rosmarino. Altra particolarità di questa cavedagna, che corre a mezza costa sul rio Caurinzano, la si può notare sulla sponda opposta lo spettacolo continuo dei calanchi (altra tipicità delle nostre zone). Lungo questo percorso, oramai poco frequentato dall’uomo, vi (era) una grande ricchezza di fauna selvatica (Lepri, Pernici, Volpi, Donnole, Tassi, Faine, Istrici oltre ad una discreta varietà di uccelli), unita ad una buona produzione di tartufo. (era) perché con l’indiscriminato taglio del bosco e l’abbandono su tutta l’area di decine di quintali di ramaglia e tronchi di calibro fino a 30/40 cm dalla prossima primavera diventerà una “giungla” impenetrabile, non solo per l’uomo e per tutte le altre specie animali del luogo ma anche per la ricrescita delle giovani piante autoctone che dovranno soccombere alle specie infestanti.

 

Sia chiaro che non sono contro il taglio dei boschi, necessario dopo un periodo di giusta maturazione dello stesso. Sono contrario e arrabbiato sul dove e sul come viene effettuato.

 

1)    sul dove: se ci sono forti pendenze andrebbe, secondo me, eseguito lasciando in piedi una quantità maggiore di piante. Questo permetterebbe, oltre all’aiutare la ricrescita delle specie autoctone (limitando in questo modo la comparsa delle infestanti), soprattutto una minor erosione dei terreni (frane)

 

2)    Sul come: non serve a nulla lasciare in piedi una pianta così detta matrice (filata, e quindi soggetta a spaccarsi causa neve o vento!) ogni 10/15 mt, sarebbe meglio lasciare pulito il terreno da tronchi e ramaglia (bruciando ciò che non si raccoglie) sono 60 anni ormai che vivo tra i boschi e non ho mai visto un bosco “pulito” prendere fuoco, oltretutto la cenere è un’ottimo concime.

 

I “vecchi”, usando questi sistemi, favorivano una ricrescita naturale del bosco ceduo, così che il bosco “viveva”: la selvaggina stanziava e nidificava, ricrescevano “erette” le giovani piante che entravano rapidamente in simbiosi con funghi e tartufi (che nascevano regolarmente tutti gli anni) Come mai? Semplicemente perchè giungeva la luce del sole e l’ossigeno al suolo…cioè: la vita


Quanto dovremo ancora pagare a questo “ignorante” progresso che ci porta diritti alla autodistruzione?

Tutti disgustati continuiamo la passeggiata fino al podere Rio, abbandonato ormai da 40 anni ma, in parte ancora in piedi e, dopo aver dato una sbirciatina all’interno della vecchia abitazione che sembra ancora “viva”, faccio notare che all’esterno della stessa vi è una massiccia quantità d’Ortica.

Questa pianta, che un tempo infestava tutto il territorio nazionale, ora è confinata in poche aree e soprattutto in zone abbandonate da molti anni. Sicuramente soffre più di altre specie l’inquinamento atmosferico (responsabile di quasi tutti i danni provocati alla flora, alla fauna).

Prendiamo un’altra vecchia cavedagna che transita accanto ad una monumentale pianta di Alloro e si dirige verso il ruscello.

Ruscello, chiamato rio Caurinzano, formato dalla confluenza di 4 sorgenti tutte attive, una scende  dalla parete destra di Bortignano, una forma il lago di Bortignano, l’ultima proviene da Cà di Grotto e si unisce ad un’altra che scende sul lato sinistro di Bortignano.

Prendiamo il vecchio tratturo che porta a Gucciarola dove, dopo 400 mt ca., incontriamo la quinta sorgente che nasce sotto il vecchio castagneto del Casino.

Queste 4/5 sorgenti fanno sì che il rio Caurinzano sgorghi abbondante acqua tutto l’anno (anche questo ruscello fino a qualche anno fa era ricco di pesce).

Risaliamo fino a raggiungere la vecchia strada vicinale, oramai in disuso, che da Fondo Rio attraversava Valpiana, Gucciarola e Bortignano confluendo nella via omonima. Lungo questa cavedagna incontriamo la casetta e il laboratorio da calzolaio che fu di Guerrino (scomparso da tempo), personaggio storico di Livergnano che campava meglio con la raccolta del tartufo che con la risuolatura delle scarpe (sono molto affezzionato a costui perchè mi trasmise la passione della ricerca del tartufo. Racconterò qualche aneddoto su di lui nella passeggiata di novembre sui tartufi).

 

Raggiungiamo finalmente Bortignano dove l’ospitalità di Sabrina, Fabio e Vittorio va’, dal ristorarci al fresco, all’accompagnarci in visita alla loro meraviglia dimora (Convento dell’anno 1100 ca.) magnificamente mantenuto sia all’interno che all’esterno dove, un Cipresso di 600 anni, fa da padre ad una nutrita schira di antiche piante.

Nell’imboccare la via di Bortignano verso il Paese nel gruppo domina la stanchezza, dovuta principalmente alla giornata molto calda, per ciò accelleriamo poiché, in Paese, ci attendono: Patrizia, Barbara, Marzia, Laura, Roberto e il cuoco dell’associazione Marco per ristorarci con fumanti tagliatelle ed un buon bicchier di vino.